Regia Steven Spielberg
Cast
Tom Cruise,
Justin Chatwin,
Dakota Fanning,
Tim Robbins,
Miranda Otto,
James DuMont,
Yul Vazquez
Sceneggiatura Josh Friedman, David Koepp
(dal romanzo di H.G. Wells)
Musica John Williams
Fotografia Janusz Kaminski
Premi
Nomination all'Oscar
Suono, Effetti speciali sonori, Effetti speciali visivi
Poiché il loro pianeta è diventato invivibile, gli alieni decidono l'invasione della Terra, dopo aver pianificato il tutto ancor prima del sorgere della razza umana sul nostro pianeta. Ray Ferrier tenta a tutti modi di salvare la sua famiglia dall'avanzata distruttiva dei tripodi.
Tratto dal romanzo di H. G. Wells è il remake dell'omonimo film del 1953 diretto da Byron Haskin. E' difficile parlar male di Spielberg (tra i pochi a saper reggere l'inventiva cinematografica contemporanea), ma qui il regista prende tutto troppo sul serio; tralascia l'intimo del romanzo e scatena uno spettacolo ultrapocalittico, violento e bestiale. E in nome di una liturgica rappresentazione verista, unisce all'esibizione fantasiosa la tragedia contemporanea (le torri gemelle), inquietando il prossimo con una visione che stritola l'ingenua quanto sincera forma fantasy, con l'unico scopo di "entrare" nello spettatore con sanguinaria ferocia. La prima parte è senza dubbio la migliore, quando il "contatto" è solo annunciato e la suspance è in continuo crescendo; poi, andando avanti si abbandona all'enfasi di ripresa (le prestigiose carrellate di Spielberg diventano stucchevoli caroselli) e alla pomposità degli effetti speciali surclassati da quelli sonori (veramente notevoli) e trucchi d'ogni tipo; con aggiunta di una piatta sceneggiatura, priva d'inventiva, che mai può venirgli da supporto. Tra personaggi sbagliati (Ogilvy/Tim Robbins) e ruffianerie molecolari, gli attori, grandi e piccoli (Dakota Fanning su tutti) - sempre terrorizzati - se la cavano, ma Tom Cruise s'immedesima a tal punto da oltrepassare i propri limiti personali di recitazione (tra l'altro, bassi) rischiando il patetico.
Negli ultimi anni anche Spielberg - che si è adeguato alla cultura disfattista hollywoodiana - vede nero in ogni circostanza. Come sembra lontano il tempo in cui il regista ipotizzava una grande cultura razziale-galattica nel nome della pace universale (Incontri ravvicinati del Terzo Tipo ed E.T.); ora il concetto è stravolto, perché i fatti del tempo sono mutati in peggio, e per il grande Steve ha poca importanza se gli artefici della regressione sono solo ed esclusivamente i terrestri. Stavolta, dentro a un guazzabuglio strapieno di metafore e sconcertanti simbolismi ci mette tutti, e il finale di quest'ultima sua fatica, solo apparentemente confortevole, non lascia intendere nulla di buono. Quindi pessimismo e catastrofismo a braccetto: troppo o troppo poco per qualcosa di piatto, ridondante, squinternato e scarrocciante. E poco importa se al trionfalismo del box-office (nel periodo in caduta libera) non corrisponda il collaudato, espressivo ed incoraggiante messaggio spielberghiano.
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Original track music
Fuga
0.30 - 236 KB wav




























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